O fratellanza della vita eterna! Come vorrei invitare tutto il mondo a queste nozze.
S. Chiara da Montefalco

 La Cappella di Santa Croce


La Beata Giovanna, sorella di S. Chiara da Montefalco, abbandonando il primo reclusorio costruito dal padre Damiano, verso il 1281, iniziò la costruzione di una nuova casa, presso l’antica Chiesetta suburbana di Santa Caterina, detta del “Bottaccio” (da un ponte che esisteva nei pressi).
Chiara, divenuta Abbadessa nel 1291 alla morte della sorella, si preoccupò di ricostruire dalle fondamenta la Chiesa nel 1303. Esiste ancora il documento con cui il vescovo di Spoleto Niccolò Alberti, inviava a lei la prima pietra benedetta per il nuovo edificio.
In quel luogo sacro Chiara, la mattina del 17 agosto del 1308, volle essere trasportata su di un letto di legno portatile e ivi morì. Qualche giorno dopo vi fu deposta, ma in un deposito separato, sopra il pavimento, al di sotto di un’edicola della parete destra della zona absidale. Lì il suo corpo rimase in venerazione fino al 1430, quando venne traslato, il 26 giugno, in una nuova Chiesa costruita contigua alla precedente, e dove si trova tuttora.

Oggi la primitiva chiesetta, conservata nella sua parte absidale, costituisce la Cappella di Santa Croce: un luogo molto suggestivo, il più legato a Chiara in vita e in morte, ed anche oltre la morte, perché lì sarebbero avvenuti i numerosi miracoli narrati dai Processi per la Canonizzazione. Quel che resta è la parte absidale, fatta ornare di affreschi dal rettore del Ducato di Spoleto Jean d’Amiel nel 1333. A conclusione del suo mandato, prima di partire da Montefalco, forse prevedendo di non farvi più ritorno, come testimonianza di affetto per un ambiente a cui certamente si sentiva legato, volle lasciare un suo ricordo, commissionando alla migliore scuola pittorica operante nel Ducato la decorazione della Chiesetta monastica di S. Croce.
Quando Jean d’Amiel era giunto a Montefalco, quindici anni prima, vi aveva trovato un altro francese suo conterraneo, Berengario di Donadio da Sant’Africano, il quale aveva da poco finito di scrivere la vita di S. Chiara e si stava interessando vivamente per la causa della sua canonizzazione. Inoltre, aveva conosciuto molto bene il fratello di S. Chiara, frate Francesco di Damiano, inquisitore nella Valle Spoletina nel 1326, utilizzato più di una volta in ambascerie ad Avignone.

La Cappella è il centro e il simbolo di una spiritualità largamente presente nei documenti e che gli affreschi rappresentano con intima persuasione. Questi dipinti, molto ben conservati, sono opere di grande importanza, tra le testimonianze più significative della pittura umbra del primo trecento. Si riconoscono agli ignoti pittori “qualità di immediatezza sentimentale di espressione affannata e appassionata”; i più adatti ad esprimere l’essenzialità della santità di Chiara da Montefalco. Il più importante di questi artisti, riconoscibile nella parete di fondo e in quella di destra, ha avuto il nome convenzionale di “Maestro di Santa Chiara da Montefalco”.